di don Pawel Miara*
A pochi chilometri dal confine con l’Ucraina, a quattro anni dall’inizio del conflitto con la Russia, si vive la guerra in modo diverso. Il primo effetto, più doloroso, è la morte, insieme alla distruzione che essa porta con sé. Nessuno conosce con precisione il numero delle vittime, ma le stime ufficiali parlano di centinaia di migliaia di morti tra civili e militari. Dietro questi numeri ci sono volti, storie, famiglie spezzate. Un altro effetto profondo della guerra è la sofferenza, che ha molte dimensioni. È la sofferenza fisica dei feriti, dei mutilati, di coloro che porteranno nel corpo per tutta la vita le conseguenze delle esplosioni e delle armi. È la sofferenza psicologica di chi ha visto morire i propri cari, di chi ha perso la casa, di chi vive nel trauma continuo delle sirene e dei bombardamenti. È anche una sofferenza spirituale: la domanda sul senso del dolore, sul silenzio di Dio, sulla giustizia, che nasce nel cuore di chi è stato colpito così duramente. Questa sofferenza non sempre è visibile, ma accompagna le persone ogni giorno, anche lontano dal fronte. Della morte e della sofferenza dei loro cari parlano spesso i rifugiati che oggi vivono in Polonia: qui hanno trovato una casa, un lavoro e soprattutto un senso di sicurezza. Tuttavia, il dolore rimane vivo nei loro cuori. Molti ucraini oggi vivono in Polonia. Tanti si sono integrati nella società polacca: lavorano qui, i loro figli frequentano le scuole, molti giovani studiano nelle università polacche. Hanno imparato la lingua, hanno stretto amicizie, partecipano alla vita delle comunità locali e delle parrocchie. Per molti di loro la Polonia è diventata una seconda casa. Non si sentono più soltanto ospiti, ma parte viva della società che li ha accolti. Un altro effetto della guerra, forse ancora più grave e duraturo, è l’odio e il desiderio di vendetta che rischiano di abitare nei cuori per generazioni. Un’intera giovane generazione – è quella che nasce e cresce nel contesto della guerra – risulta segnata da questo sentimento drammatico, difficile da estirpare da un cuore ferito. Le conseguenze materiali della guerra possono, con il tempo, essere eliminate dalla ristrutturazione del paesaggio: le case si ricostruiscono, le strade si riparano, le infrastrutture si rinnovano. Ma la distruzione della vita, dei progetti, dei sogni calpestati, la perdita di familiari e amici – tutto questo non può essere ricostruito con il denaro. Negli ultimi mesi, anche in Polonia come in Ucraina, le temperature sono scese sotto i meno 20 gradi. In molte diocesi sono state organizzate raccolte straordinarie per acquistare generatori di corrente, batterie, stufe e altri strumenti necessari. Molte famiglie hanno vissuto per settimane nelle proprie case con temperature intorno allo zero. La Polonia acquista e manda in Ucraina ciò che viene richiesto direttamente dalle persone in Ucraina: sono loro che sanno meglio di cosa e in quale quantità hanno bisogno. Molti aiuti passano attraverso la Caritas dell’Arcidiocesi di Przemysl, che fin dall’inizio si è impegnata attivamente nel sostegno all’Ucraina e nella distribuzione di beni di prima necessità: vestiti, ali[1]menti, attrezzature domestiche e molto altro. Il 24 febbraio ricorrevano i quattro anni dall’inizio della guerra. Molti di noi si sono purtroppo abituati alle notizie dal fronte; la guerra non suscita più la stessa impressione di un tempo. Ma non dimentichiamo: la guerra continua. Vale la pena chiederci se anche noi non ci siamo abituati alla guerra. In questo tempo di Quaresima, da poco iniziato, siamo invitati a fare un esame di coscienza: l’indifferenza ha forse toccato anche il mio cuore? Vale la pena aiutare. Preghiamo per la pace in Ucraina e per la pace in tante altre parti del mondo. La Risurrezione del nostro Signore, che tra poche settimane celebreremo, ci ricorda che la luce ha vinto le tenebre e che la vita ha trionfato sulla morte.
*Parroco di Coldrerio originario di Dunkowice