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Mer 4 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    "La tessera della fede (Pasquale)": testimonianza di Pier Giacomo Grampa

    Mi è stato chiesto un parere sulla Strada Regina di sabato 21 febbraio: ritengo di non dovermi sottrarre, ma mi rivolgo a un maestro più esperto di me, il teologo vescovo di Novara Franco Giulio Brambilla che introducendo un breve commento al CREDO ha scritto: «Il Simbolo della fede, stabilito al Concilio di Nicea (l’odierna Iznik, in Tuchia), durante il primo concilio ecumenico (anno 325) celebrato al palazzo estivo dell’imperatore Costantino, affrontava la crisi della fede sorta con la controversia tra il Patriarca di Alessandria d’Egitto e il suo prete Ario. Quest’ultimo sosteneva che Gesù era solo una creatura “fuori serie”, un Dio di secondo grado, il primogenito della creazione, ma non il Figlio del Padre, Dio vero da Dio vero, uguale a Lui. Il pericolo era di vedere Gesù semplicemente come il profeta per eccellenza, un sapiente straordinario, ma non il Figlio che ci rivela e ci mette in contatto con la vita stessa di Dio. La minaccia toccava il cuore stesso della fede: Gesù non è solo un uomo esemplare o un saggio religioso. Non è forse questo, anche oggi, il pericolo più grave? Fare del cristianesimo una religione che insegna solamente l’amore del prossimo e la cura della casa comune, faticando a radicarla nella storia di Gesù che ci mette in comunione con Dio come Padre e ci dona lo Spirito Santo? Quale sarebbe allora la differenza cristiana?»...

     Per i cristiani il Simbolo (Credo) è la “tessera della fede”, un segno di comunione fraterna, che riconosce che tu, io e noi, siamo uniti nella forza e nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito.

    La “tessera della fede” non è tout court la fede (oggettiva), ma ne è il sigillo di riconoscimento. Il Credo è la bussola, non è il cammino, ma senza bussola il cammino della fede (soggettiva) può perdersi nei sentieri interrotti della vita…

    Un’ultima osservazione: il Simbolo della fede inizia con l’espressione Io credo in… Tuttavia, nel Simbolo approvato dai padri al Concilio di Nicea nel 325, completato nel Concilio di Costantinopoli del381, il verbo “credo” era al plurale: noi crediamo in…L ’attuale formula del Credo si spiega perché nel battesimo la professione della fede richiede il soggetto al singolare, in quanto ciascuno – come vediamo ancora oggi nel rito del battesimo – deve rispondere personalmente della fede. Anche se era evidente che il battesimo si riceveva nel “noi” della fede della Chiesa e, per i bambini, dei genitori. La formulazione al singolare è rimasta nel Credo della messa domenicale, quando più tardi nel primo millennio passò dal battesimo anche nella celebrazione eucaristica.

    Noi, dunque, possiamo credere solo nella sinfonia della “nostra fede cattolica”. Non è possibile credere da soli: se l’atto di fede non può che essere personale, diventa però possibile solamente nella trama dei legami ecclesiali. La fede cristiana – come la vita – non si inventa da capo, ma si riceve, e solo in quanto ereditata e appropriata con un atto personale, diventa la mia propria fede. Infatti, la fede  del singolo battezzato, anche la più mistica nella contemplazione e la più generosa nell’impegno, non può mai esaurire la “nostra fede cattolica”.

    Insomma, per riassumere la differenza tra me e l’amico Vito Macuso dirò che sta solo in un accento, ma che è tutto: Gesù e Cristo oppure Gesù è Cristo? Il cristiano proclama che Gesù è il Cristo (cioè che è Risorto) sulla base di una “interpretazione” che oltrepassa la mera ragione. Non di meno, quanti sostengono che Gesù non è il Cristo, cioè che non sarebbe risorto, non possono appellarsi alla “sola” ragione, ma devono pure loro accedere a una interpretazione che si spinge oltre il piano razionale (vale a dire, credono di “non credere” alla fede pasquale).

     + don Mino (mons. Pier Giacomo Grampa, vescovo emerito di Lugano)

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