di Cristina Vonzun
Arrivano le olimpiadi, occasione per ripercorrerne anche la storia e i significati che le accompagnano. Lo sport, quando è vissuto in modo autentico, non è solo esercizio fisico o competizione, ma un potente strumento educativo e umano. Questa era la visione del domenicano francese Henri Didon (1840-1900), figura chiave nella storia dello sport moderno per il semplice fatto di aver coniato il motto delle moderne olimpiadi "Citius, Altius, Fortius", che significa “Più veloce, più in alto, più forte”, espressione che non vuole rimandare alla vittoria ad ogni costo ma è piuttosto un'esortazione a migliorare sé stessi, a tendere costantemente al proprio limite (ognuno ha il suo), con impegno, disciplina e lealtà, rimanendo però umani e non scadendo in quelle derive transumane che affliggono certi estremi dello sport competitivo di oggi. Per questo si può dire che il messaggio di Didon è profetico. Il motto del domenicano francese venne adottato da Pierre de Coubertin e divenne il simbolo ufficiale dei Giochi Olimpici. Ma chi fu Didon? Un educatore e intellettuale, convinto che lo sport fosse un mezzo fondamentale per la formazione integrale della persona. Operando soprattutto nel mondo scolastico, Didon promosse l’attività sportiva come occasione di crescita di tre dimensioni umane intrecciate: la fisica, la morale e la spirituale. Per lui, allenare il corpo significava educare il carattere, la volontà e il senso di responsabilità. La sua visione è antropologica integrale.
I valori olimpici e quelli del cristianesimo si rispecchiano gli uni negli altri
Tornando al motto olimpico inventato da Didon, esso riflette pienamente sia i valori dello sport, sia quelli del cristianesimo: la ricerca dell’eccellenza, il rispetto delle regole, la perseveranza e la capacità di affrontare la fatica. Non si tratta di essere migliori degli altri, ma di essere migliori per noi stessi rispetto a ieri. L'altro, il competitore non è l'avversario, ma colui che mi aiuta a migliorare nella performance e nella crescita personale. La sua resta una visione che mette al centro la persona e il suo percorso di crescita. Valori allora che trovano un forte punto di contatto con il cristianesimo. La tradizione cristiana insegna infatti l’importanza dell’impegno, del sacrificio, della costanza e dell’umiltà. Lo sport è così una metafora della vita cristiana: una strada fatta di allenamento quotidiano, di cadute e ripartenze, di rispetto per l’altro e di fiducia nelle proprie possibilità. Anche san Paolo, nelle sue lettere, utilizza spesso immagini sportive per spiegare la fede come una corsa da affrontare con perseveranza e lealtà. In conclusione, il pensiero di Henri Didon mostra come sport, valori olimpici e cristianesimo non siano mondi separati, ma possano dialogare e arricchirsi reciprocamente. Lo sport diventa così un linguaggio universale capace di educare, unire e trasmettere valori profondi, aiutando soprattutto i giovani a crescere come atleti, ma prima ancora come persone. Speriamo queste Olimpiadi siano davvero una palestra di questi valori: il mondo, in questi malsani tempi, ne ha bisogno.