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Gio 5 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    La fede nell'era del Metaverso: tra individualismo, app religiose e eternità digitale

    di Silvia Guggiari

    La religione non è rimasta ai margini della rivoluzione digitale. Al contrario, vi è entrata pienamente, adattandosi alle nuove logiche della comunicazione online. È uno dei temi che verranno affrontati nel convegno in programma alla Facoltà di Teologia di Lugano martedì 24 febbraio dal titolo «Estremismi digitali: religione e radicalizzazione al tempo del Web» (info e iscrizioni su www.ftl.usi.ch). Tra i relatori il professor Enzo Pace, docente di Sociologia delle religioni all’Università di Padova, che nel suo intervento dal titolo «La religione digitale nell’era del metaverso: lo stato dell’arte e le prospettive teoriche» tratterà di come la fede viaggi oggi attraverso il digitale e perfino nel metaverso, e quali trasformazioni profonde questo comporti.

    Dall'altare allo smartphone: la fede diventa "on demand"

    Che si tratti di cristianesimo, islam, buddismo o induismo, «nessuna religione – spiega il prof. Pace – sembra resistere all’“attrazione fatale” dei nuovi media. Il digitale ha innanzitutto ampliato enormemente la platea: non troviamo più soltanto i fedeli che frequentano una parrocchia o una comunità territoriale, ma utenti potenzialmente connessi 24 ore su 24, ovunque si trovino. La chiesa, la religione in generale, diventa un’app usufruibile quando e come vogliamo, l’omelia si può ritrovare in un video on demand, la guida spirituale diventa un profilo social».

    Ma cosa ha comportato tutto questo per chi usufruisce della religione digitale? «Gli studi più recenti mostrano due effetti principali – commenta il sociologo –. Il primo è il rafforzamento dell’autonomia individuale. Chi accede a un sito religioso o a una comunità virtuale decide cosa accettare, quanto coinvolgersi, quando entrare e quando uscire. Anche in tradizioni caratterizzate da forti strutture gerarchiche, come quella cattolica, l’ultima parola sull’interpretazione del messaggio tende a spostarsi dall’autorità all’individuo o al gruppo online. È un processo coerente con la cultura moderna dell’individualismo: cresce il numero di persone che si dichiarano interessate alla spiritualità ma non si riconoscono più in un’istituzione stabile. La fede diventa così “su misura”. Si scelgono alcuni aspetti, se ne tralasciano altri, si negoziano contenuti e pratiche. Ma qui emerge un secondo effetto, forse ancora più innovativo: la possibilità di intervenire simbolicamente su snodi cruciali dell’esistenza, come la morte».

    L’AI e il senso della morte

    Anche per il senso della morte e per l’elaborazione del lutto, da sempre aspetti legati alla spiritualità e alla religione, è entrata in campo l’AI: «Nel metaverso e nelle piattaforme digitali stanno nascendo servizi che consentono di ricostruire profili di persone scomparse attraverso le tracce lasciate online: ricerche, acquisti, messaggi, fotografie. Algoritmi sofisticati restituiscono avatar capaci di riprodurre voce, stile comunicativo, tratti della personalità. Si crea così una sorta di “aldilà digitale”, una presenza artificiale con cui continuare a dialogare», come se in qualche modo si potesse trattenere con sé il proprio caro defunto per sempre. «Il rischio – osserva Pace – è una progressiva privatizzazione del senso della morte, che sottrae spazio alla dimensione comunitaria del rito».

    Parallelamente, anche le strutture ecclesiali si stanno adattando: «Negli Stati Uniti, e più recentemente in Europa, sono nate parrocchie online accessibili in ogni momento tramite smartphone. È un modo ultramoderno di essere credenti che però smaterializza l’appartenenza fisica e indebolisce il peso dell’autorità».

    Nuove generazioni

    In questo quadro le nuove generazioni rappresentano un nodo centrale: «Le ricerche mostrano che solo una minoranza dei giovani tra i 13 e i 20 anni frequenta regolarmente la parrocchia. Non si tratta soltanto di disaffezione, ma di distanza linguistica: molti dichiarano di non comprendere il linguaggio tradizionale con cui viene trasmesso il messaggio religioso. Di conseguenza si rivolgono ai social media, dove trovano comunità virtuali in cui entrare e uscire senza vincoli e anche giovani sacerdoti, cresciuti come nativi digitali, che assumono il ruolo di influencer religiosi, puntando su empatia, slogan efficaci, comunicazione diretta. È un tentativo di recuperare un terreno perduto, ma comporta un equilibrio delicato: adattarsi alla logica dei social senza svuotare la profondità del messaggio evangelico».

    Social ed estremismi

    I social media, come è emerso anche dal rapporto sull’infosfera digitale in Ticino dello scorso anno di cui si parlerà al convegno, non solo favoriscono l’individualizzazione della fede, ma possono diventare potenti strumenti di radicalizzazione: «Movimenti fondamentalisti di diverse tradizioni religiose hanno sfruttato le piattaforme digitali per reclutare, diffondere ideologie identitarie, delegittimare le autorità tradizionali accusate di compromesso con il potere. In contesti di crisi personale o sociale, questi spazi offrono appartenenza forte, chiarezza dottrinale, promessa di cambiamento radicale. Si crea così un paradosso: più la religione diventa fluida e personalizzata, più alcuni gruppi reagiscono irrigidendola, proponendo una fede “pura” e militante».

    La sfida per le religioni storiche è dunque duplice: imparare a comunicare nel nuovo ecosistema senza perdere profondità, e intercettare le domande esistenziali che continuano ad abitare le giovani generazioni. Perché, sotto la superficie della secolarizzazione, «il bisogno di senso non è scomparso: ha semplicemente cambiato linguaggio e luogo di espressione» conclude il prof. Pace.

    Durante lo stesso evento a tema anche Re-spiri la cartografia del sacro in Ticino presentata un anno fa

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