di Silvia Guggiari
Nella Regione dei Grandi laghi africani la pace è qualcosa che si vede molto raramente. Gli Stati che ne fanno parte – Burundi, Ruanda, Repubblica Democratica del Congo e Uganda – vivono da tempo in situazioni di grande instabilità economica e politica. Per questo motivo la regione è oggi al centro di grandi flussi migratori: i (tanti) giovani – che rappresentano la fetta più ampia della popolazione – fuggono dal proprio Paese cercando luoghi in cui poter lavorare e che possano assicurare un tenore di vita migliore. A descriverci questa situazione, in particolare quella del Burundi, è don Abel Nduwimana, sacerdote burundese attualmente impegnato a Roma dove sta conseguendo un dottorato nell’ambito della Dottrina Sociale della Chiesa, che oggi e domani sarà ospite a Lamone con l’organizzazione «Aiuto alla Chiesa che soffre».
Un’instabilità cronica tra conflitti e povertà
Don Abel racconta che dal 1962 – anno in cui il Burundi si è dichiarato indipendente dal Belgio – lo stato africano non ha mai trovato un periodo di stabilità politica ed economica. I massacri etnici tra Hutu e Tutsi, la guerra civile e, più di recente, le proteste del 2015 che hanno portato a un tentativo di colpo di Stato sono tutti eventi che hanno segnato duramente la popolazione burundese che ancora oggi vive prevalentemente di attività rurali (con coltivazioni di banane, manioca, fagioli) in condizioni di estrema povertà.
Nel 2000, spiega don Nduwimana, «la sigla degli Accordi di Arusha – il trattato di pace volto a porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1993 tra i gruppi socio-etnici di Hutu-Tutsi, ndr – sembrava potesse avviare un periodo di pace e di speranza anche grazie all’intervento della Comunità Internazionale. Nel 2015, la speranza però svanisce e scoppia una crisi politica che colpisce molto duramente la struttura politico-sociale ed economica del Paese».
La fede dei burundesi si manifesta nella povertà che aiuta e consola le persone disperate: una testimonianza di amore nelle periferie esistenziali.
L’emergenza sociale e la fuga dei giovani
Oggi, il Burundi – che registra un’altissima densità demografica – sta attraversando un momento difficile politicamente ed economicamente: «La popolazione si è abituata a vivere in condizioni di estrema povertà; tante famiglie fanno la fame e il lavoro manca: per questo c’è un grande movimento migratorio verso altri Paesi o regioni. Il Paese si sta svuotando delle forze che potevano risollevare l’economia».
In questo contesto complesso, la Chiesa rappresenta un punto di riferimento fondamentale: circa l’85% della popolazione si riconosce nella fede cristiana e, tra questi, quasi il 60% è cattolico. Il suo ruolo, innanzitutto è quello di «sensibilizzare i cristiani nel condividere con gli altri il poco che hanno. Le Caritas, parrocchiali e diocesane, aiutano, accolgono e sostengono le persone più vulnerabili e deboli; raccolgono i beni alimentari, i vestiti e li portano alle parrocchie dove vengono distribuiti».
La missione della Chiesa: carità e speranza
In uno dei Paesi più poveri del mondo non manca dunque la speranza: «Per noi cristiani la speranza c’è, perché la speranza viene da Dio, in Cristo che è morto e risorto per noi – confida don Abel –. Per noi, segni di speranza sono le persone di buona volontà che si impegnano a trovare soluzioni durature. La Chiesa si impegna nell’insegnamento che porta frutti nelle comunità cristiane, a formare la coscienza dei fedeli, perché la loro fede abbia effetto sui problemi e sulle sfide della società. Tutto questo dà speranza».
Don Abel, sabato e domenica sarà in Ticino, nella parrocchia di Sant’Andrea a Lamone, dove celebrerà la S. Messa (sabato alle 18, domenica alle 10). Ai ticinesi, ci confida, «vorrei portare una testimonianza di amore e di fede. La fede dei burundesi si manifesta nella povertà che aiuta e consola le persone disperate. È una testimonianza della Chiesa universale nelle tante sfide sociali, economiche, politiche». In questo quadro descritto dal sacerdote, “Aiuto alla Chiesa che soffre” porta sostegno alla Chiesa locale, ai vescovi e ai superiori delle comunità religiose: “Il sostegno di ACN aiuta le realtà locali a fare sempre meglio in questa opera di solidarietà e di carità nelle “periferie esistenziali” tanto care a papa Francesco”, conclude don Abel.