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Mer 4 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    «Preti S-connessi», a Lugano quattro incontri per scoprire forze e insidie del web

    di Silvia Guggiari

    Mondo reale e mondo virtuale, off line e on line sono due realtà che ormai corrono sulla stessa linea. Le IA ci supportano in diverse attività quotidiane, a loro affidiamo le domande più varie, anche quelle legate alla spiritualità e alla psicologia. La società 2.0 è iperconnessa e la Chiesa non può di certo fare finta di nulla. Di queste tematiche abbiamo parlato con la prof.ssa Rosa Giuffré, Social Media Educator, Digital strategist, Counselour, membro del gruppo “La chiesa ti ascolta” nato all’interno del Dicastero della comunicazione, che da mercoledì 11 marzo, per quattro settimane, terrà un corso di formazione per preti, diaconi e seminaristi dal titolo “Preti S-connessi, social media e web, terra di missione e opportunità o rischio?”.

    Prof. ssa Giuffré, qual è l'obiettivo del corso?

    Il mondo dei media e dei social è sicuramente oggi una terra di missione nella quale la Chiesa ha necessità di essere presente. Già papa Benedetto XVI nel 2010 inviò una lettera a tutti i sacerdoti dicendo di farsi prossimi anche in questo mondo, perché si trova tanta solitudine, tante problematiche, tantissime dipendenze. Obiettivo del corso è dunque quello di offrire maggior consapevolezza per capire quali sono le dinamiche che si scatenano all'interno dei social e come ognuno può scegliere di starci o meno e in che modo.

    Rosa Giuffré
    Rosa Giuffré

    L’online non può in alcun modo sostituire l’offline. La nostra vita anche da credenti deve essere "on life", ovvero deve assicurare una continuità tra reale e virtuale.

    Quali tematiche verranno affrontate?

    Il percorso si svilupperà in quattro tappe. La prima data - l'11 marzo - sarà su “Identità, immagine e credibilità del sacerdote come comunicatore autentico”: siamo in un mondo dove è facile costruirsi un'immagine, in cui è facile puntare ai follower, a un'artificiosità, ma ci sono dei rischi reali che vanno conosciuti. Il secondo incontro sarà su “Intelligenza artificiale e Vangelo”, cioè su come l'intelligenza artificiale può essere uno strumento che può aiutare a creare dei contenuti di senso e di valore. Nel terzo incontro, “Dalla parrocchia alla community: creare reti di prossimità” vedremo come l’online non può in alcun modo sostituire l’offline: se c’è comunicazione all'interno del mondo digitale non significa che ci dobbiamo dimenticare che c’è un mondo offline di cui continuare a prendersi cura. La nostra vita anche da credenti deve essere on life, ovvero deve assicurare una continuità tra reale e virtuale: “Dalla comunity alla comunità” come disse papa Francesco in uno dei messaggi delle giornate per le Comunicazioni sociali. L’ultimo incontro – “Custodia digitale e igiene interiore: tra bornout e vocazione interiore” – sarà dedicato alla custodia della propria vocazione: sappiamo bene che i preti oggi sono sempre meno e sono concentrati all'operatività, bisogna gestire strutture, ascoltare le persone, gestire gli impegni quotidiani di una parrocchia. I social, piuttosto che la presenza on line, non deve essere un peso aggiuntivo: è giusto darsi delle regole, essere accompagnati e vedere il bello che c'è.

    Quali sono i rischi del web per coloro che vogliono utilizzarlo per diffondere il messaggio evangelico?

    Potremmo paragonare i social a una Ferrari: se non si sa guidare, il pericolo è molto alto. Per questo è fondamentale la formazione per tutti e in particolare per gli adulti che sono coloro che hanno vissuto la rivoluzione tecnologica dall'analogico al digitale. La finalità di un social network è quello di farti stare più tempo possibile sui social, è quello di innescare delle dinamiche che possono essere anche tossiche, fatte di piacere, autocompiacimento, like, visualizzazioni. Dobbiamo tenere sempre presente che ci sono delle dinamiche buone e cattive online e offline: il problema dell'online è che vanno riconosciute e spesso dalle piattaforme stesse vengono edulcorate.

    La Chiesa come si pone di fronte a questo modo di fare evangelizzazione?

    Nel Sinodo che si è appena concluso, l'articolo 17 ha finalmente coniato la definizione di “pastorale digitale”. L'anno scorso c'è stato il primo Giubileo dei missionari digitali che sono tutti coloro che a diverso livello, desiderano seguire e perseguire questa che è diventata una vera e propria missione. Sicuramente è tutto un terreno da esplorare ancora, però ci sono anche tante persone che desiderano fare bene in questo mondo, che siano laici, preti e magari anche strutture, istituzioni, conventi... Credo che la Chiesa da sempre favorisca i media sociali; basti pensare che nell’Inter Mirifica, un documento post Concilio Vaticano II, si parlava già della forza della radio e della televisione. Poi, negli anni più recenti, prima con Benedetto XVI e poi con Francesco, si sono succeduti tanti messaggi per la Giornata per le comunicazioni sociali che sono esempi di come la Chiesa desidera stare entro il mondo delle comunicazioni e del digitale.

    Sono tantissime le realtà che comunicano oggi online, tantissime community ma anche realtà religiose all'interno del mondo della chiesa. L'esserci permette di aprire nuove possibilità: le persone spesso si chiudono all'interno del mondo dei social, nella solitudine, nelle dipendenze digitali, ludopatia, pornografia, per questo è importante essere presenti raccontando la bellezza della propria vita e dell'essere cristiano. È una via veramente preziosa, non per creare discussioni, ma per fare rete e portare una visione differente.

    Se si parla di preti influencer non si può non pensare a (don) Alberto Ravagnani, al centro della cronaca per la sua scelta di lasciare il ministero…

    Quello che sicuramente lascia così stupiti nella vicenda di Ravagnani è come un'alta esposizione mediatica possa essere utilizzata pro e contro la Chiesa: ci si sente disorientati di fronte ad una persona che ha comunicato fino ad un certo punto in un determinato modo e ora comunica con dei contenuti che sono completamente diversi. Oltre ad Alberto Ravagnani, esistono diverse figure carismatiche sui social che stanno facendo un ottimo lavoro. Penso a don Cosimo Schena, don Roberto Fiscer, don Luigi Maria Epicoco… ma ce ne sono anche tanti altri meno influenti, meno famosi che fanno un lavoro prezioso. Lo stare sui social è una scelta strettamente personale, ognuno deve capire se ha desiderio di farlo e in che modo. Credo che sia necessario nella Chiesa una formazione per chi desidera comunicare anche attraverso i social. Preti, suore, consacrati che hanno questo desiderio e vedono questa come una terra di missione dovrebbero poter essere sostenuti da qualche figura che possa avere quell'occhio particolare di custodia anche sui tipi di contenuti.

    Papa Francesco ha dedicato diversi documenti all'intelligenza artificiale. Come si può arrivare ad un utilizzo positivo e a servizio della Chiesa di questo strumento?

    L'intelligenza artificiale, come tutte le grandi rivoluzioni, viene spesso polarizzata come qualcosa di totalmente positivo o totalmente negativo. Io credo che sia necessario comprendere per poi discernere: dobbiamo stare attenti a non permettere a una macchina di sostituire l'ingegno e la creatività umana, che non potranno mai essere sostituite. Inoltre, è bene capire dove la possiamo utilizzare: se stiamo parlando di creazione di contenuto, l'intelligenza artificiale mi può aiutare, non per sostituirmi, ma per ottimizzare i tempi e raffinare il mio pensiero.

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